Charade (farsa/parodia di un presente senza nome)

Schermata 2020-06-06 alle 02.43.51Al ristorante “Etiko Bistrot” di Torino un gruppetto di cinquantenni se ne stavano svaccati sulle poltroncine e sulle sedie a degustare la loro cena con aria tronfia e berciante. Al tavolo di fianco sedeva una coppia, lui biondo modaiolo coi mocassini di velluto verde Alitalia e lei rossa arruffata con un abito dalla geometria sgraziata in lana grezza tinta fango di cemento, di quelli da mille euro ma che se non sai cosa sono non gli dai nemmeno un prezzo, che svogliatamente leggeva il menù mentre il cameriere in piedi aspettava la comanda. Anzi più che leggere il menù lo commentavano ad alta voce, lei diceva che non voleva mangiare pesante, lui rispondeva che invece gli sarebbe andato uno strappo alla regola con un bel fritto. Alla fine lei ordinava una insalata di carciofi però senza parmigiano e condita solo col limone, senza olio nè sale, e lui una tempura al cartoccio di gamberi, calamari e polipetti. Lei aveva l’aria scazzata, un calice di prosecco davanti, lui uno spritz pieno di ghiaccio in un bicchiere enorme, che lo faceva invece sorridere come un beota.

A quel punto, un tizio era appena entrato dalla porta, parlando al telefono  a volume altissimo, con un sorriso fintissimo stampato in faccia. Parlava di un week-end a St. Tropez.

Il ristorante si chiama “Etiko Bistrot”, e non è un caso che si sia fregiato del nome “bistrot”: è infatti un espediente tecnico per trarre in inganno. E’ chiaro che se tra modaioli si dice “questa sera siamo in osteria” suona di posto umile e dimesso, comunque “alla buona”. In realtà, mettendo in aggiunta il nome “bistrot” diventa un posto dove in due non spendi meno di cento euro, per un antipasto condiviso, due piatti principali, un dolce in due e il vino, oltre al caffè. Una bella cifra per essere un bistrot ma ai torinesi piace così, essere presi per il culo. E comunque ai torinesi piace far finta di essere modesti, quasi poveri, tenendo un basso profilo e facendo credere di non cedere alle tentazioni del lusso. In realtà nel giro dei cinquantenni sulle poltroncine andare in quel locale era “top”, il massimo, in quel momento di quell’inizio inverno del 2018. Si andava lì, all’Etiko, che in quel momento era stata designato dai modaioli come il locale da frequentare assolutamente, e vi si trovava tutta la Torino “bene”, fatta di commercialisti, dentisti, avvocati, truffatori, commercianti, evasori, architetti, comunisti da salotto e altri personaggi di dubbia autenticità.

Tra tutti, quella sera, al tavolo dei cinquantenni della Torino “bene” spiccava la figura di Carlo Maria Rebuffa della Forca, che aveva davanti un piatto di “battuta della granda” (un antipasto di carne cruda della provincia di Cuneo, sminuzzata con precisione certosina dallo Chef sadico col un coltello affilatissimo in minuscoli tocchetti, condita con limone aglio e olio, servita con scagliette di Castelmagno, granella di noci e miele di castagno; costo 24 euro) ancora da consumare. Carlo Maria parlava, parlava, come suo solito, a voce alta e con enfasi teatrale. E tutti a pendere dalle sue labbra, ad ascoltarlo, a sorridere alle sue allusioni e a ridere alle sue battute.

Carlo Maria aveva 52 anni, un fisico imponente ma snello, da ex cestista, occhiali di velluto neri e capelli ribelli in riccioli ancora incredibilmente neri, nonostante l’età. Miracoli della tinta cui si sottoponeva ogni sabato dal suo barbiere di Via Bertola.

La storia della sua famiglia, e il cognome che portava, Rebuffa della Forca, incuteva in tutti i torinesi timore e rispetto. Ecco perché tutti guardavano a lui con una certa riverenza, a cominciare dal blasone che lo precedeva.

I suoi avi erano noti per essere stati i tenutari di un luogo molto sinistro in città: il Rondò della Forca. A pochi metri dal simbolo per eccellenza della magia nera sabauda, Piazza Statuto, si trova ancora oggi una rotatoria stradale, che però non compare nella toponomastica cittadina, ma che tutti sanno dove si trova, nella quale confluiscono corso Valdocco, via Cigna, corso Regina Margherita e corso Principe Eugenio. All’epoca era una zona in aperta campagna, umida e tetra, con alberi pietrificati e pozze maleodoranti, posta tra le prigioni e il centro della città. In questo luogo, nel milleottocento avvenivano le esecuzioni di condannati a morte per omicidio, stupro, tradimento e cospirazione politica. La famiglia di Carlo Maria, a quei tempi, gestiva le esecuzioni, preparava i patiboli, faceva sparire i cadaveri e ripuliva il tutto in vista della prossima esecuzione. Inutile dire che erano esecuzioni pubbliche, con tanto di palco da cui assistervi per le autorità, le persone importanti e le vittime dei reati, che dovevano servire da monito alla cittadinanza. Esecuzioni esemplari, scenografiche, crude ma efficaci come deterrente contro la criminalità. La famiglia di Carlo Maria gestiva questo “mattatoio legalizzato” nel più efficiente dei modi, e incassava parecchio dalle casse statali per i servigi prestati con discrezione, professionalità e precisione. Morivano tutti al primo colpo, impiccati, ma lentamente, sotto l’occhio vigile del boia, mentre il trisavolo di Carlo Maria contava a voce alta il numero dei sobbalzi compiuti dal corpo del condannato prima di morire, affinché gli spettatori potessero poi giocarselo al lotto, insieme alla data della esecuzione e l’orario. E dopo il trapasso, la famiglia Rebuffa della Forca organizzava una sorta di macabra festa, con saltimbanchi, cantastorie e bancarelle con in vendita sanguinaccio e pane nero. Una festa popolare per sdrammatizzare, per esorcizzare il male, definitivamente sconfitto nella pubblica piazza grazie all’esecuzione capitale. La partecipazione della cittadinanza era sempre alta, e così la famiglia Rebuffa della Forca divenne negli anni molto popolare, nonché temuta.

Molti anni dopo, il Rondò della Forca fu nuovamente teatro di un’esecuzione. A conclusione della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio del 1945, in questo luogo nefasto trovò la morte la sedicenne Marilena Grill, ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana fucilata dai partigiani.

Chiaramente, da una famiglia abituata a contare il denaro ricavato dalle esecuzioni, fiorirono una serie di eredi abili a far di conto e, pertanto, divennero commercialisti. A partire dal bisnonno di Carlo Maria.

Carlo Maria, così erede di un cospicuo patrimonio, andava molto fiero della storia della sua famiglia, e si assicurava che i suoi ospiti la conoscessero prima di incontrarlo, affinché si rapportassero a lui con il dovuto rispetto e timore.

Nel punto esatto in cui una volta era collocato il patibolo, all’angolo con Corso Regina Margherita, oggi sorge un momento dedicato a una figura molto amata dai condannati a morte dell’epoca: San Giuseppe Cafasso. Conosciuto anche come “il prete della forca”, Cafasso era considerato l’apostolo dei carcerati, soprattutto da quelli destinati all’esecuzione, che accompagnava fino al momento dell’impiccagione. Eretta nel 1960, a un secolo dalla sua morte, la statua raffigura il santo nell’atto emblematico di porgere una croce a un condannato.

Schermata 2020-06-06 alle 02.41.45

Carlo Maria, a vederlo da lontano, attraeva gli sguardi e l’interesse delle persone: commercialista di tradizione famigliare, nonno e padre commercialisti, fidanzata commercialista, amici commercialisti, ma anche avvocati, dottori, professori etc. . Nominato dalla giunta comunale, grazie alle sue amicizie politiche e alla fama dei servigi macabri prestati dai suoi avi al potere locale, in diverse società partecipate come revisore dei conti, come membro dei consigli di amministrazione, come consigliere, come consulente, e come commercialista di fiducia, amico di giornalisti del quotidiano “La Busiarda” (il più letto a Torino), amava passare le sue serate tra gli “amici” nel locale in voga in quel momento in città. Egli, del gruppetto dove sedeva, era il mattatore, il luminare, il consigliere, il saggio.. insomma, il perno, il fulcro del salotto di quelle cene.

La coppia al tavolo affianco, ascoltava con attenzione ciò che dicevano i cinquantenni cercando lo sguardo di Carlo Maria, per cercare di agganciarlo con un sorriso e uno sguardo di intesa e approvazione. Sapevano bene chi era il signore, infatti. E volevano farselo amico, tentare un approccio, per promuovere se stessi e fare qualche affare anche loro.

Mentre la serata continuava e tutti gli avventori, data la quantità di alcolici, aumentavano progressivamente il volume delle risate, accompagnato dal berciare sguaiato delle “signore” presenti, improvvisamente dalla porta entrò un gruppo di 5 uomini vestiti come dovessero di li a poco affrontare un ambiente infettato di agenti biologici mortali, indossando maschere anti-gas nere.

“A terra! A terra!” gridava il più grosso di tutti. Da fuori intanto strisciante entrava da sotto la porta e dalle giunture delle finestre un fumo giallino, dall’odore vagamente sulfureo ma anche di mimosa fresca.

Carlo Maria spense il suo sorriso a ghigno sulla faccia, prese in mano il cellulare, e cominciò a chiamare i suoi amici della Digos, per farsi venire a proteggere. La coppia che stava consumando la sua cena facendosi tutti i cazzi dell’altro tavolo, fece per alzarsi spaventata e si mise a correre verso i cappotti appesi al muro scrostato ad arte.

Ma fu tutto inutile: dopo pochi minuti, mentre cercavano i loro soprabiti, la coppia stramazzò sul pavimento, anche Carlo Maria giaceva ormai a terra, rantolante, con un filo di bava dalla bocca, gialla. Niente più ghigno falso sulla faccia, ma una maschera di terrore.

Gli uomini in tenuta antibatterica si assicurarono che tutti gli avventori fossero caduti a terra, prima di trascinarli fuori dal locale per i piedi, senza troppa cura, nemmeno dei crani che sbattevano violentemente dallo scalino dello stipite al cemento del marciapiede.

Fuori stessa scena: ogni passante era a terra, le macchine che erano pochi istanti prima in movimento ora erano tutte schiantate, più o meno gravemente, con i loro occupanti dentro uccisi dal gas giallino.

Il corpo di Carlo Maria era finito sulla banchina del mercato dove in genere durante il giorno c’è il banco del pesce fresco, e le sue mani erano intrise nel sangue che esce dalle viscere del pesce spada quando viene tagliato sul bancone dal coltellaccio del pescivendolo. Carlo Maria era morto esattamente come facevano morire i condannati i suoi “blasonati” avi, ladri e assassini senza scrupoli. Poco oltre, giaceva la coppia inutile.

Nel contempo erano morti tutti in città, e il gas faceva la sua avanzata nella provincia e nelle valli, trasportato dal vento di particolato del bruciatore del Drosso.

Le loro esistenze erano state spazzate da un attacco biologico di forze politico-militari avverse, che si erano impossessate del territorio invadendolo con armi chimico-batteriologiche.

Di colpo, le loro vite blasonate, dai trascorsi storici importanti, le loro professioni altisonanti, i loro denari, i loro abiti, le loro tempure e gamberetti, i loro discorsi e le loro cazzate, tutte terminate, ultimate per sempre.

Passarono giorni, mesi. I cadaveri furono abbandonati e destinati alla decomposizione chimica, la porta del bistrot restò aperta a tratti, a seconda del vento.

Poi, un giorno, vennero dei soldati con dei mezzi atti alla rimozione dei corpi, o di quello che rimaneva.

La città fu ripulita, disinfettata, liberata.

Pronta per nuovi insediamenti, nuove persone, nuove coppie, nuove famiglie.

Regnò il silenzio per molti mesi ancora, prima che i ripulitori decidessero di riposizionare un tessuto sociale.

Una volta ultimato il ripopolamento, la città riprese ad essere funzionale ai nuovi abitanti, che erano costituiti da una razza, allevata ed educata in una comunità segreta e remota per decenni, una razza che non conosceva il danaro, che lavorava per il piacere di aiutare il prossimo, che si incontrava per accrescere la propria cultura e le proprie esperienze, che non badava alle apparenze, che non sapeva mentire, che aveva rispetto per l’ambiente e per gli animali. Che non conosceva la violenza e l’odio, la rabbia e la gelosia, la furia e l’avarizia.

Una nuova razza concepita da uno spirito guida alieno, che inventò un gas giallino per evitare che un cancro, chiamato uomo contemporaneo, distruggesse per sempre un paradiso unico nel sistema solare.

L’Etiko Bistrot riaprì, e divenne un luogo di incontro nuovo e luminoso.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...